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22 dic. 2011 - Il luogo è lo stesso di due anni fa, la casa di Agliano
teatro di quell’intervista che destò timore e scalpore, anche perché
strumentalizzata da qualcuno. Danilo Sacco, reduce da tre interventi al
cuore, aveva immaginato una vita senza Nomadi, pensando all’impossibilità
di tenere oltre cento concerti l’anno. Oggi la decisione è stata presa.
Danilo ne parla con fatica, perché il passaggio è lento da metabolizzare e
perché 19 anni sono un buon tratto di strada. Come ogni volta, prima di
parlare si sfoga a cucinare in abbondanza: insalata di mare, straordinarie
patate al cumino, merluzzo freddo con olive e pomodori, verdure al sale
grosso, taglioloni bottarga e arselle, dolcetti sardi, tutto innaffiato da
bianco freddo a dovere. Poi, la confessione.
La prima domanda può essere riassunta da una sola parola: perché?
Se non fosse stato per l’infarto di due anni fa non saremmo qui a
farci questa domanda. Sul tavolo di ferro, prima dell’operazione, ho avuto
due volte paura. Di morire e anche di non riuscire a completare il mio
viaggio. Mi sono reso conto che non ero riuscito a fare quello che dovevo:
cercare me stesso fino in fondo. Ho fatto molto, ma non tutto. Con i
Nomadi il mio viaggio era finito. Dovevo cercare me stesso in un’altra
direzione. Dovevo fermarmi, ma non era possibile. Troppi impegni. Per
senso di responsabilità, nonostante la fatica e il dolore, ho ripreso
quasi subito a cantare e sono ripartito in tour. Ma qualcosa si era rotto.
E non aveva niente a che fare con Beppe Carletti e gli altri ragazzi,
persone splendide che ringrazierò sempre. Ero io che dovevo staccare e
concentrarmi non su quello che avevo avuto - fama, calore, gioie ed
emozioni – ma su quello che mi mancava.
Gli altri Nomadi hanno cercato di farti cambiare idea?
No, neanche una volta, ma è giusto così. Mi hanno detto tutti che questa
decisione doveva essere solo mia, perché le ragioni del disagio erano
dentro di me, non imputabili a loro. Certo, da solo mi sta venendo una
paura fottuta, ma preferisco rischiare il congelamento piuttosto che
avvolgermi ancora nella coperta calda dei Nomadi. I Nomadi sono
un’assicurazione sulla vita: troppo facile. Devo mettermi alla prova in
nuove sfide.
Non potevi cercare te stesso continuando a rimanere nei Nomadi,
dividendoti tra gruppo e carriera solista?
Avrei potuto farlo in qualsiasi altro gruppo, ma non con chi fa quasi
cento concerti in un anno, tre ore a concerto. Voglio finire in piedi,
alla grande. Non come un pugile alle corde che non riesce più a godersi il
dono della musica. Io voglio essere Rocky Marciano. Il mio terrore è
sempre stato quello di non rendere al cento per cento. Ho ancora la voce
di una volta - non sono come certi miei colleghi che abbassano le tonalità
– ma non il fisico. Devo accettarlo.
Quindi avremo un Danilo Sacco solista?
Difficile pensare che io viva senza musica, quindi penso che sarà così, ma
non so né come né quando. Per ora scrivo canzoni. Sono felice di poter
dedicare un po’ di tempo alla scrittura. Per quasi vent’anni il Danilo
cantante ha involontariamente oscurato il Sacco autore. Scrivo canzoni
nude senza sapere che abito musicale avranno. Ho messo su un piccolo
studio di registrazione che funziona contro la modernità: un piccolo mixer
analogico e tanti tappeti. Scrivo e canto davvero a livello terra terra,
anche fuor di metafora. Voglio ripartire così.
Cosa ti mancherà di più?
Il popolo nomade. Chi non lo conosce non può capire. I nostri fan sono un
dono del cielo. I primi anni sono stati duri, ma era logico: arrivavo dopo
Augusto e non ero ancora Danilo. Spero non mi abbandonino. Di certo non
tradirò i loro e miei ideali. Sai quante volte alcuni dei più famosi
gruppi italiani mi hanno chiesto di lasciare i Nomadi e diventare il loro
cantante?
Sì, lo so. E forse è anche arrivato il momento di fare qualche nome.
Ma no. Anzi, li ringrazio per aver pensato a me. Potevo passare dal
repertorio di un grande come Guccini al repertorio di un altro grande come
lui, forse persino di più. Mai nemmeno lontanamente pensato.
Chi è Danilo Sacco?
Uno venuto abbastanza male. Avrei voluto essere un eroe, un cavaliere
senza macchia e senza paura. Invece sono un uomo a volte molto debole e
insicuro, però con un senso dell’onore fortissimo. Darei la vita piuttosto
che tradire un amico. Ho una voce forte, ma l’animo è fragile. Come spesso
capita ai cantanti, che danno voce alla loro vulnerabilità.
Cosa ti fa stare bene?
La mia terra. Questa casa. I libri. Sono un acquirente compulsivo. Compro
più libri di quanti ne potrò mai leggere. I libri sono come i dischi:
hanno un potere taumaturgico. Ti fanno stare bene con il contenuto ma
anche con la forma.
Andrai a vedere i Nomadi con un altro cantante?
Puoi scommetterci le palle. Anche se so che i primi mesi starò male come
una bestia. Sono sicuro che il nuovo cantante sarà bravissimo, però
vederlo lì al posto mio mi farà male. Sarò gelosissimo. Sarei un’ipocrita
a dire il contrario, perché 19 anni non si cancellano in un attimo. Anzi:
non si cancelleranno mai.
Che cosa hai trovato in questi 19 anni e che cosa non sei riuscito a
trovare?
Ho trovato l’elettricità che accende la vita. Ho trovato il pane giusto
per il mio ego, pensa solo a “Dio è morto” davanti a 800mila persone al
Primo Maggio. Ho trovato quel momento pieno in cui capisci che il tuo ego
non conta più nulla e che quello che conta è il mondo che hai costruito
attorno a te. Ho trovato il successo e grandi persone come il Dalai Lama.
Non ho trovato me stesso. Almeno non tutto me stesso.
Se ti chiedessero di salire sul palco e fare due canzoni, quali
vorresti fare?
Sicuramente “Trovare Dio”. E poi “La canzone della bambina portoghese”. Ma
forse mi accontenterei di sentir cantare la gente al posto mio. In fondo,
io sono sempre stato uno di loro, anche se ero sul palco.
Massimo Cotto
Fonte: Rockol.com S.r.l. Dal sito www.danilosacco.it
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